Salvini sta facendo montare un dispositivo obbligatorio sulle auto di questi italiani | Alcolock: a cosa è servito veramente (un anno dopo)
Alcolock - mobilitasostenibile.it
Per chi è stato sorpreso più volte alla guida ubriaco il margine di scelta si è ridotto: l’alcolock è diventato obbligatorio e senza quel dispositivo l’auto non parte proprio.
Nel nuovo quadro del Codice della Strada una delle novità più discusse riguarda un piccolo apparecchio collegato all’impianto di avviamento del veicolo. Non è un accessorio come gli altri, perché decide in modo brutale se il motore può accendersi oppure no. L’obiettivo dichiarato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è chiaro: colpire i recidivi della guida in stato di ebbrezza, quelli che sono già stati trovati almeno una volta con un tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l e che continuano a mettersi al volante dopo aver bevuto.
Per questi conducenti il dispositivo non è una scelta etica o una tecnologia opzionale: è una vera prescrizione, annotata anche sulla patente con i codici dedicati, che impone di guidare solo veicoli dotati di alcolock per un periodo di anni. Senza installazione scattano sanzioni economiche e il rischio di sospensione della patente. Il messaggio politico e normativo è netto: chi ha dimostrato di non sapersi fermare da solo deve essere fermato dalla macchina, prima ancora che dalla pattuglia.
Come funziona il dispositivo e chi è costretto a usarlo
L’alcolock è, in sostanza, un etilometro collegato al sistema di accensione. Prima di partire, il conducente deve soffiare nel boccaglio: se il livello di alcol rilevato è pari a zero, il motore si avvia regolarmente; se viene rilevata anche una minima traccia, il sistema blocca tutto. Non si tratta quindi di una semplice scatola elettronica, ma di un guardiano che interviene ogni volta che si gira la chiave.
L’obbligo di montarlo riguarda gli automobilisti italiani già sanzionati in recidiva per guida in stato di ebbrezza, cioè chi è incappato più volte nello stesso illecito. Il decreto firmato dal ministro Salvini ha fissato le caratteristiche tecniche del dispositivo, le modalità di installazione in officine autorizzate, i controlli sulla taratura e le carte che il guidatore deve tenere a bordo. Il costo, intorno ai duemila euro tra acquisto e montaggio, è interamente a carico di chi ha violato la legge: una sorta di “tassa personale” sulla propria irresponsabilità.

Un anno dopo: quanto ha inciso davvero su sicurezza e abitudini
A distanza di mesi dall’entrata in vigore operativa, il bilancio è ancora in costruzione ma alcuni effetti sono già visibili. Per la platea ristretta di chi si è visto imporre l’alcolock il dispositivo è un deterrente reale: niente “ultimo bicchiere” con la scusa di dover fare solo pochi chilometri, perché il rischio non è più solo una multa, ma l’impossibilità fisica di mettere in moto. Molti di questi conducenti, secondo quanto raccontano associazioni e forze dell’ordine, hanno iniziato a organizzarsi diversamente, usando taxi, passaggi o mezzi pubblici quando sanno di dover bere.
Restano però zone d’ombra importanti. Il provvedimento riguarda solo chi è già stato sorpreso e condannato, non chi per la prima volta decide di guidare dopo aver bevuto troppo. Inoltre alcuni giuristi segnalano criticità pratiche: la tentazione di usare auto “pulite” intestate ad altri, il peso economico del dispositivo per famiglie già in difficoltà, i dubbi sull’effettiva capacità di ridurre gli incidenti se non accompagnato da controlli serrati e da una vera cultura della prevenzione. L’alcolock, insomma, ha già cambiato la vita quotidiana di una parte degli automobilisti più pericolosi, ma da solo non basta: è uno strumento forte, pensato per i casi peggiori, che ha senso solo dentro una strategia più ampia di educazione stradale, controlli mirati e alternative reali all’auto quando si sa di voler brindare.
